Blog NETfuturista
postato da: tartaglione alle ore luglio 03, 2007 15:01 | link |
Cari amici neofuturisti, pubblico qui sotto un interessante articolo di Stefano Vaj, Segretario Nazionale della Associazione Italiana Transumanisti.
Mi sento di sottolineare in particolare la felice conclusione dell'articolo: "il domani apparterrà come sempre non ai "realisti" di oggi, ma a chi ha una visione per l'avvenire". Non smetterò mai di sostenere la necessità di un approccio visionario al mondo. Direi di più. Il più intelligente realismo non può che essere visionario.
Ecco l'articolo completo di Stefano Vaj, che potete leggere anche qui.
Un futurismo per il XXI secolo.
Negli ultimi anni le freddolose società europee sembrano sempre più percorse dall'ideologia della "decrescita" e dalla maledizione per lo spirito faustiano, tanto più insidiose per il loro appello trasversale.
Tale ideologia, ci si dice, è solo buon senso, è "cool", è politicamente corretta perché risparmierebbe ipoteticamente risorse per l'ambiente o a favore di altre zone del pianeta, e soprattutto è facile e non richiede sforzi. Anzi, rende più agevole accettare, se non auspicare, calo della capacità produttiva, disindustrializzazione, riduzione degli investimenti in ricerca fondamentale, declino demografico, abbandono delle ultime vestigia di un'autorevolezza internazionale già del resto abdicata a favore di altri, restrizione dei servizi a quelli "sostenibili", decadenza economica camuffata da saggia morigeratezza e senso di responsabilità. Non che vi sia naturalmente da aspettarsi cambiamenti nel sistema di valori: come mostra Guillaume Faye in NSC. La nuova società dei consumi (oggi integralmente online a http://www.uomo-libero.com ), una società non ha affatto bisogno di essere ricca o frenetica per essere consumista e mercantilista: basta come status symbol sostituire a palazzi, fabbriche e vere ricchezze l'accesso a piccole mode e gadgets da quattro soldi fabbricati altrove.
Similmente, una società può rifiutare l'investimento e lo sforzo ed i cambiamenti e le crisi di trasformazione che la tecnologia comporta; o addirittura rigettarla ideologicamente limitandone le applicazioni; e goderne ancora per un limitato tratto i frutti. Può forse ancora tirare avanti decentemente e gattopardescamente per una generazione, a condizione da tirare progressivamente la cinghia e mangiarsi il capitale: dopo di noi il diluvio; suvvia, se anche non siamo alla fine della storia, siamo alla fine della nostra.
Serge Latouche, Havelock Ellis e Francis Fukuyama si spartiscono così il comodino degli intellettuali di destra e di sinistra, mentre nessuno chiarisce dove mai la "gioiosa" accettazione della nostra decadenza, nel quadro di un sistema globalizzato ed a sua volta in via di cristallizzazione e "ristrutturazione", potrebbe consentire il reperimento delle risorse tecniche ed economiche ed intellettuali che risultano necessarie al recupero del disastrato ambiente europeo, alla tutela della sua biodiversità, o al mantenimento alla sua popolazione di servizi che siamo oggi abituati a considerare come minimi, per non parlare di beni intangibili come la sovranità.
Ma le radici della filosofia della rinuncia che tutto ciò descrive sono culturali prima ancora che politiche od economiche, e nel nostro paese sono particolarmente profonde. Primitivismo e tradizionalismo, i pastorelli d'Arcadia e il "buon selvaggio" hanno sempre accompagnato la diffidenza monoteista per il peccato d'orgoglio luciferino che la tecnica, la potenza, lo sviluppo, la scoperta e l'avventura rappresentano, anche come minaccia a modi di vivere più modesti e "semplici" – del resto più o meno fantasiosi - cui si spera inspiegabilmente che l'evoluzione delle cose, e la concorrenza di altri popoli e soggetti politici, ci lasci tranquillamente ritornare. L'aspirazione alla staticità, al "ritorno alla natura", all'immutabilità dei modi di vivere diventa poi tanto più forte quando con la rivoluzione industriale prima e quella biotecnologica poi, siamo divenuti responsabili (come come ho cercato di mostrare nel mio saggio Biopolitica. Il nuovo paradigma, online a http://www.biopolitica.it) non solo del paesaggio terrestre ma della più intima fibra del mondo vivente e dell'uomo stesso.
Una risposta a tutto ciò non può d'altronde limitarsi ad un miope laissez-faire, nella speranza che la tecnologia guidi e governi se stessa, in particolare autofinanziandosi e dotandosi di una strategia; o che qualche meccanismo economico o provvidenziale garantisca di per sé il nostro futuro, per tanto che il suo operare che non sia attivamente impedito. Chi ritiene che l'unica cosa di cui occuparsi siano i listini di borsa o la demagogia a breve termine, abbandona effettivamente l'ecologia o la bioetica o la politica industriale quale terreno di caccia quasi esclusivo ad ambientalisti e neo-ludditi, e non percepisce che soltanto la ripresa di una tradizione consapevolmente futurista può rappresentare un'alternativa credibile al neo-pauperismo, all'anti-prometeismo ed alle ideologie del declino che sostengono, incoraggiano e giustificano la decadenza che minaccia il nostro avvenire.
Milano, già tra i motori della rivoluzione industriale nell'Europa continentale, con i manifesti marinettiani (cfr. http://www.letteratura.it/Marinetti ) diventa infatti l'epicentro di un sommovimento radicale le cui ramificazioni restano sottovalutate, e la cui vera, visionaria, portata non possiamo in fondo che cogliere oggi, dalla nostra prospettiva privilegiata di spettatori di quella possibile "rottura del tempo della storia" che agli inizi del Novecento non faceva che annunciarsi all'orizzonte. Ed è particolarmente simbolico del monito heideggeriano di come l'essenza della tecnica non abbia in realtà nulla di tecnico il fatto che si sia trattato prima di tutto di un movimento artistico. "Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. (...) Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita. (...) Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!". Ma ciò che rileva qui è soprattutto la visione del mondo e la filosofia che stanno dietro al movimento artistico, che giungono ad essere subito declinate nella forma più provocatoria e radicale, in toni apertamente superomisti e transumanisti: "Bisogna dunque preparare l'imminente e inevitabile identificazione dell'uomo col motore, facilitando e perfezionando uno scambio incessante d'intuizione, di ritmo, d'istinto e di disciplina metallica (...) Noi crediamo alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane, e dichiariamo senza sorridere che nella carne dell'uomo dormono delle ali. Il giorno in cui sarà possibile all'uomo di esteriorizzare la sua volontà in modo che essa si prolunghi fuori di lui come un immenso braccio invisibile il Sogno e il Desiderio, che oggi sono vane parole, regneranno sovrani sullo Spazio e sul Tempo domati. Il tipo non umano e meccanico, costruito per una velocità onnipresente, sarà naturalmente crudele, onnisciente e combattivo. Sarà dotato di organi inaspettati: organi adattati alle esigenze di un ambiente fatto di urti continui".
L'approccio vitalistico e faustiano alla tecnica che rappresenta il vero nemico dell'ideologia del neoluddismo, della decrescita e dell'"umanismo", connota del resto la maggiorparte delle riflessioni, esperienze e movimenti di opinione che al futurismo risultano in qualche modo apparentate, tra cui non si conta solo il piccolo movimento esplicitamente neofuturista presente sul Web, ma il sovrumanismo di Arnold Gehlen e Giorgio Locchi della seconda metà del Novecento, o le riflessioni contemporanee sul postumano di autori tanto diversi come Peter Sloterdijk (http://www.petersloterdijk.net ) ed Hervé Kempf (cfr. La révolution biolithique), per finire con la crescente visibilità nel nostro paese della Associazione Italiana Transumanisti (http://www.transumanisti.it), il cui presidente, il filosofo mantovano Riccardo Campa, è di recente assurto ad un ruolo direttivo nel movimento mondiale cui l'associazione si riferisce, la WTA.
E' vero infatti che l'eco globale del futurismo, che non a caso arriverà a definire a livello mondiale il concetto stesso di "avanguardia" e ad acquisire estensioni ed esponenti di spicco in vari paesi, non gli impediva di essere un movimento fortemente radicato ed apertamente "nazionalista", di un nazionalismo che stante l'esprit du temps non potrà che essere italiano, e che potrebbe dispiacere a chi oggi nel nostro paese preferirebbe un riferimento europeo o viceversa padano. Ma ciò che tale apparente "particolarismo" implica è in sostanza il rifiuto dell'idea tranquillizzante di una pacificazione definitiva in cui all'abbandono della trasformazione tecnica del mondo dovrebbe corrispondere la fine delle sue trasformazioni politiche e dei suoi conflitti; e con essi delle sovranità, delle differenze e delle grandi ambizioni collettive che della trasformazione tecnica sono dal neolitico in poi sempre stati il motore. D'altra parte, il futurismo coniuga il suo feroce identitarismo con il riconoscimento del fatto che alla trasformazione a seguito della quale l'uomo sarà nietzschanamente chiamato ad "ereditare la terra" non si può sfuggire, magari rincantucciandosi in qualche "isolazionismo" o "periferia" locale; essa coinvolge l'intera specie, ed anzi appunto l'intero pianeta; senza anzi che questo debba essere considerato per tutti i secoli dei secoli l'unico orizzonte dell'avventura umana, come qualche anno dopo l'inizio di una pur stentata e sottofinanziata "era spaziale" starà a dimostrare.
Ripensare l'eredità futurista risulta perciò un presupposto necessario non solo in vista del rifiuto del declino e dell'estinzione delle proprie rispettive appartenenze, ma anche in vista di una risposta più generale alle sfide della nostra epoca, e che coinvolgeranno tutti, ambientalisti e neoludditi compresi. Oggi come sempre, infatti, le due cose vanno insieme, ed il domani apparterrà come sempre non ai "realisti" di oggi, ma a chi ha una visione per l'avvenire.
Stefano Vaj
pubblicato su Il federalismo - Anno 10, numero 46, 27 novembre 2006 e su Associazione Italiana Transumanisti
postato da: iopensosempre alle ore maggio 21, 2007 18:18 | link |
Questa è la registrazione dei punti programmatici contenuti nella seconda parte del Manifesto del Neofuturismo.
Non so perchè ma il caricamento su splinder ha peggiorato un po' l'audio, ma comunque si sente chiaramente.
ad futurum!
FTA
postato da: iopensosempre alle ore marzo 25, 2007 14:38 | link |
Un uomo nuovo per il nuovo millennio
Da qualche anno siamo entrati in un nuovo millennio. Con grande stupore e non poca delusione abbiamo dovuto accettare che nell’inutile frenesia che anima l’uomo contemporaneo in pochi si sono lasciati affascinare da quest’evento. Eppure il semplice pensare all’anno 2000 avrebbe dovuto risvegliare il nostro animo assopito. Neppure una data tanto affascinante, mille volte evocata dalla fantasia popolare e letteraria, ha costretto l’uomo alla resa dei conti con la propria coscienza e con la propria identità. In un attimo – un solo unico istante - si sono tolti 3 nove, aggiunti 3 zeri e tutto è continuato come prima. Eppure a volte anche un evento solo esteriore come è un cambio di data potrebbe essere lo spunto per un cambiamento più consistente. Soprattutto quando, come oggi, ce n’è davvero la necessità. Ma è così l’uomo contemporaneo. Non sa più sognare. Non sa più immaginare. Non sa più creare un proprio mondo. Non sa più rigenerarsi. Per avere una visione, bisogna essere vivi.
È chiaro che l’uomo che il XX secolo ci ha consegnato è un uomo che non resisterà molto alle sfide del nuovo millennio. È un uomo spento, rassegnato e depresso. Un automa programmato per essere infelice. Non potrà ancora andare avanti per molto. Occorre – è evidente - cambiare rotta.
La gran parte degli individui oggi non vivono una vita propria. Vivono una vita indotta. Non sviluppano il proprio io. Sono totalmente schiacciati da un’omologazione massiccia, meri esecutori di un modello imposto da un super-pensiero dominante. Ed è inutile stare a sottolineare che non tutti sono omologati, che non tutti sono vittime di tale super-pensiero. Non illudiamoci: tutti ne siamo vittime. È solo una questione di misura. C’è chi è totalmente schiavo, chi lo è meno, chi infine si ribella ma finisce lo stesso risucchiato nel vortice. Nessuno si senta escluso da questo nostro discorso. Anche noi che scriviamo siamo parte del mondo che tanto condanniamo. Abbiamo però deciso di avere la forza di scrivere queste righe e lanciare con decisione l’allarme.
Oggi è socialmente improduttivo e poco utile sviluppare una propria identità, è dato per scontato che l’unica via da seguire sia conformarsi ai modelli in uso. Prendere un numeretto, mettersi in coda dietro agli altri e aspettare il proprio turno: questo è l’uomo contemporaneo. Senza possibilità di scelta. Senza via d’uscita. Senza scampo.
La cosa che angoscia maggiormente è osservare che spesso nell’individuo non è più presente neppure una scelta di convenienza. Oggi l’uomo non sceglie neppure più di conformarsi per un bieco calcolo utilitaristico. Oggi l’uomo non vede neppure più la possibilità di una scelta di questo tipo. Non sceglie neppure se conformarsi o no (sarebbe già qualcosa, sarebbe già una scelta!). È tutto dato per scontato. Prendere il numeretto, mettersi in coda e aspettare.
Ma dietro a chi ci mettiamo in coda? Chi è che seguiamo? Perché? E cosa ne sarà di noi? Cosa stiamo inseguendo?
Tutto questo non è dato chiedersi. Numeretto, in coda, attendere. Questa è la nostra esistenza. Abbiamo dovuto attendere millenni di sviluppo e progresso della nostra civiltà per questo entusiasmante epilogo!
C'è sempre un doppio modo di osservare il mondo. Con sguardo distratto e superficiale e con sguardo attento. Bene. Se noi osserviamo distrattamente la realtà che ci circonda potremmo avere l'impressione di abbondanza, ricchezza, divertimento continuo, spensieratezza. Ma se guardiamo al di là delle apparenze scopriremo che nonostante l'abbondanza, la ricchezza e il divertimento continuo ci troviamo ogni giorno a parlare con uomini tristi, rassegnati, avviliti, depressi. Uomini svuotati. Scambiano la frenesia e l’eccitazione per felicità. Il divertimento continuo è molto simile ad un rimbecillimento generale. Per quale motivo un uomo che sembra avere tutto e poter soddisfare ogni desiderio alla fine è un depresso cronico? E qui non parliamo di uomini malati, di anziani. Parliamo di giovani. Giovani e sani. E questo è davvero terribile. I giovani. Per quale motivo i nostri ragazzi sembrano sempre più annoiati e privi di vitalità? Perchè nel loro sguardo c'è stanchezza, mentre dovrebbe esserci il fuoco ardente della giovinezza? Dov’è finita la fantasia? dov’è l’immaginazione? dove i sogni?
Se i nostri giovani sono spenti, il nostro futuro è terribilmente buio.
Tutto questo non possiamo più accettarlo. Crediamo ormai di aver raggiunto il punto più basso di una spaventosa parabola ultradecadente. Probabilmente non si era mai percepita nella storia dell’umanità tanta desolazione. Per fortuna si avvertono sparsi segnali di sgomento, di preoccupazione. C’è qualcuno che, finalmente, lancia segnali di allarme. E noi siamo tra questi. Ma noi non vogliamo solo lanciare segnali di allarme, noi vogliamo fornire a tutti una via d’uscita da questa tremenda situazione. Ed è per questo, per svegliare le nostre anime e le nostre coscienze, che oggi noi lanciamo con enorme convinzione questo nostro Manifesto.
Manifesto del Neofuturismo
Con questo Manifesto noi proclamiamo la nascita dell’uomo del terzo millennio. Con questo Manifesto vogliamo esaltare la nostra fiducia nelle possibilità dell’uomo. Le potenzialità dell’uomo sono infinite. Volgete lo sguardo attorno a voi: tutto quello che vedete l’ha creato l’uomo, l’abbiamo creato noi. Non ci sono limiti alle nostre facoltà creative. Rigeneriamo le nostre vite e creeremo un uomo nuovo per il nuovo millennio.
Alessio Brugnoli, Armando Di Carlo, Antonio Saccoccio, Cosimo Zecchi
postato da: iopensosempre alle ore febbraio 20, 2007 00:12 | link |